di Simone Cosimi

Un’opera d’arte realizzata dall’intelligenza artificiale. L’ha appena battuta all’asta Christie’s, che l’aveva stimata fra i 7 e i 10mila dollari ma l’ha piazzata alla cifra record di 432.500 dollari, nel corso di una sessione di vendita a New York. Il dipinto, tratto da un gruppo di undici ritratti raffiguranti i componenti dell’immaginaria famiglia Bellamy, è in realtà il frutto di un progetto di un collettivo francese di artisti 25enni, Obvious. Ne fanno parte Hugo Caselles-Dupré, Pierre Fautrel e Gauthier Vernier. I loro lavori si basano su una collaborazione (ma anche una sfida) fra ispirazione artistica e intelligenza artificiale: in sostanza, le opere sono partorite da una “gan”, una generative adversarial network, cioè un algoritmo usato nell’apprendimento automatico non supervisionato. Consiste nel mettere a confronto due sistemi di reti neurali che si sfidano l’una con l’altra in un contesto di gioco a somma zero.

I tre, uno studente di machine learning e due laureati in economia, in realtà non hanno alcun background nel mondo dell’arte. D’altronde, non c’è stato bisogno di coinvolgere per davvero pennelli o vernici: è bastato che un algoritmo imparasse a imitare un certo set di immagini fornite dagli “addestratori”, cioè dal gruppo. In questo caso si è trattato di 15mila ritratti da oltre sei secoli di produzione artistica originale, dal XIV al XX secolo. Una mole impressionante che tuttavia è servita a mettere in moto il genio della macchina. Sebbene non si tratti di un lavoro a olio o a tempera ma di una stampa su tela impreziosita da una cornice dorata che ritrae un gentiluomo francese dall’aspetto pingue con colletto bianco e abito nero. Non manca, in basso a destra, la firma (in realtà un algoritmo essa stessa) della mente digitale che l’ha generato e, anzi, lo ha immaginato mescolando quel corpus originale e partorendo qualcosa di mai visto.

Mentre in passato, come nel caso del progetto “The Next Rembrandt” del 2016 nato dalla collaborazione di Ing e Microsoft con la consulenza del Politecnico olandese di Delft (TuDelft) e del museo Rembrandthuis, l’obiettivo era produrre un’opera inedita ma con uno stile ben preciso, quello del maestro olandese, in questo caso la direzione è stata del tutto vergine. Puntare a creare opere inedite senza scimmiottare nessuno stile né imitare alcun artista. Fra l’altro, un altro ritratto della stessa serie, “Le Comte de Belamy”, è stato piazzato lo scorso febbraio al collezionista parigino Nicolas Laugero-Lassere all’inizio del 2018 per una cifra non lontana dalle quotazioni di partenza del nuovo lavoro, 10mila dollari, che tuttavia sono schizzate oltre i 400mila forse anche grazie al gran rumore che si è fatto intorno all’asta.

IlRitratto di Edmond Belamy”, questo il titolo dell’opera finita all’asta insieme ad altri 363 lotti e appesa in una galleria di Christie’s di fronte a un lavoro di Andy Warhol – un altro che il mondo della creatività l’ha sfidato su ogni piano – ha sorprendentemente sollevato più grattacapi fuori dalla comunità artistica che dentro. In particolare all’interno del piccolo ma agguerrito gruppo di ricercatori che da anni mescolano arte e intelligenza artificiale e hanno tentato di ridimensionarne la portata. “L’algoritmo è composto da due parti – ha spiegato indifferente Caselles-Dupré sul sito della casa d’aste – da un lato c’è il generatore, dall’altro il discriminatore. Abbiamo alimentato il sistema con un set di dati provenienti da 15mila ritratti dipinti tra il XIV e  il XX secolo. Il generatore crea una nuova immagine in base al set, mentre il discriminatore cerca di individuare la differenza tra l’immagine creata dall’uomo e quella creata dal generatore. L’obiettivo è ingannare il discriminatore facendogli credere che le nuove immagini siano ritratti creati dall'uomo. Così abbiamo ottenuto il risultato”.

L’incontro con le “gan”, le reti antagoniste generative, si deve a un elemento del trio, proprio Caselles-Dupré, nel corso delle sue ricerche sul machine learning per il Ph. D: “Le immagini che si possono realizzare sono davvero straordinarie – ha spiegato all’Abc il collega Pierre Fautrel – siamo davvero affascinati dal potere degli algoritmi. Così abbiamo iniziato a discutere: opere come queste possono essere considerate vera arte?”.

In altre parole, il punto di discussione del gruppo parigino ha ruotato intorno alla creatività e alla possibilità che si sviluppasse autonomamente e con caratteri originali, quasi sull’onda del Benjamin dell’“Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, solo a partire da un corpus preesistente: “Non abbiamo le risposte e così abbiamo deciso di affrontare il discorso proprio tramite le opere”. Poi è arrivata la scelta di Christie’s e la volontà di mettere in vendita uno dei lavori. Intitolati all’immaginaria famiglia (Belamy) che prende il nome, traducendolo dall’inglese, dall’inventore delle reti antagoniste generative, Ian Goodfellow che le teorizzò e programmò nel 2014. In francese, infatti, diventa qualcosa come “bel ami” o, appunto, “belamy”.

Sono sempre stato interessato dall’intelligenza artificiale nell’arte e ho seguito il settore per un po’ di tempo – ha spiegato sempre alla Abc Richard Lloyd, responsabile internazionale del dipartimento stampe e multipli di Christie’s – dopo aver parlato con i componenti del collettivo ho deciso di includere un pezzo dalla serie “La Famille de Belamy” nell’asta”. Dove il fantasmagorico signor Belamy ha fatto compagnia a pezzi di giganti come Keith Haring, Louise Nevelson, Marc Chagall, Pablo Picasso, Roy Lichtenstein, Josef Albers, Georges Braque, Salvador Dali e Giorgio De Chirico.