di Riccardo Meggiato

 

Cosa utilizziamo, oggi, per esprimere le emozioni nel mondo digitale? Le classiche “faccine”, ossia gli emoji, rappresentano in modo semplificato i nostri stati d’animo con disegni ed espressioni evocativi. Nel campo della robotica, fino a questo momento, si è ricorsi a un espediente simile, sfruttando volti artificiali o display collocati al posto della faccia che riproducono, ça va sans dire, sempre quelle espressioni. Presto la situazione, però, potrebbe cambiare e ne sanno qualcosa i ricercatori della Cornell University. Qui, infatti, nello Human-Robot Collaboration & Companionship (HRC2) Lab, guidato da Guy Hoffman, hanno sviluppato un prototipo di robot… con la pelle d’oca.

Il punto di partenza è semplice: noi umani esprimiamo emozioni variando una moltitudine di parametri. Basta un’occhiata, per esempio, per rappresentare gli stati emotivi più elementari, ma anche contorcere le labbra in un determinato modo può migliorarne la comprensione o, addirittura, trasmettere altri messaggi. Nel mondo animale non c’è sempre questa varietà, ma un minimo comun denominatore è la pelle, o comunque l’utilizzo del “rivestimento esterno” del corpo animale. Se un gatto mostra il pelo irto, per dire, sappiamo tutti ciò che vuole esprimere: ci invita a tenerci alla larga. Se invece, semplicemente, lo “gonfia”, mantenendolo morbido al tatto, significa che vuole essere accarezzato. Sullo stesso principio, i pesci palla si gonfiano in caso di pericolo. Hoffmann e colleghi, dunque, hanno ben pensato di sviluppare una tecnologia che possa far esprimere ai robot dei concetti molto semplici con messaggi altrettanto semplici, immediati da comprendere. E così, si sono basati proprio sulla pelle, una pelle artificiale, ma che reagisce agli stimoli. E se gli stimoli sono programmabili, ecco un mezzo di comunicazione molto efficace.

I ricercatori parlano di “textural communication”, a indicare, in modo mal traducibile, la capacità di comunicare con le variazioni di texture, cioè, in pratica, della ruvidità della pelle. Così ecco, innanzitutto, una superficie di elastomeri – più comunemente gomma – dotata nella parte inferiore di un gran numero di micro-cavità che, a comando, si riempiono o si svuotano d’aria. L’effetto è un po’ quello di tanti micro-palloncini, ma la forma delle cavità sviluppate dai ricercatori è particolare e, grazie alle variazioni d’aria, crea piccole punte, piccole bolle e via dicendo. Il risultato è un’impressionante varietà di sensazioni al tatto, ciascuna associabile a diversi stati. Per esempio, accarezzando un robot, dei sensori rilevano il tipo e intensità di movimento, deformando gli elastomeri fino a formare una sorta di “pelle d’oca”. Dal punto di vista tecnico, al momento, i ricercatori sfruttano due “moduli”: uno dedicato alla generazione di bolle, l’altro alla generazione di punte. Si tratta di moduli indipendenti, da attivare a piacere e con varia intensità, aumentando o diminuendo la pressione d’aria alla base delle superficie gommosa. Tuttavia non è semplice, per un umano, interpretare in modo chiaro le “emozioni” che portano a una variazione di “texture” di questa pelle sintetica. Per questo, Hoffmann e colleghi hanno pensato di creare un prototipo di robot dotato di volto digitale e di un modulo “di pelle” per lato. L’attivazione di uno, piuttosto che dell’altro, porta alla visualizzazione di uno stato emotivo del robot anche attraverso il display. Non è ancora chiaro se l’ausilio visivo sarà necessario anche in futuro, ma intanto si è raggiunto un risultato importante: far esprimere emozioni a una macchina senza bisogno di comunicazione verbale. Il che, stando ai ricercatori, apre nuove frontiere nella delicata questione dell’interazione uomo-macchina. La sfida, ora, è vedere fino a che punto un essere umano può identificare un’emozione sulla base del solo contatto fisico, poiché le moderne forme di comunicazione ce ne hanno fatto perdere di vista l’importanza. Eppure, come lo stesso Hoffmann racconta in un’intervista, se vediamo un pesce con delle spine o un uccello con le piume arruffate, sappiamo immediatamente associarlo a una sensazione di pericolo e di stress. Un linguaggio che fa già parte di noi, da riscoprire grazie alla pelle d’oca dei robot.