di Jacopo Cirillo

 

Se qualsiasi cosa può essere trasformata in arma di offesa, la responsabilità risiede nelle intenzioni del suo creatore o negli obiettivi di chi la sta utilizzando in quel momento? Il dilemma, ad accompagnare l’umanità fin dall’invenzione dei primi utensili, è prima di tutto etico, piuttosto che di design. Un esempio banale, ma efficace, è nelle parole di Al Tadros, vicepresidente di SSL, una compagnia privata americana leader nella tecnologia spaziale: “Quando i miei figli mi lanciano addosso i loro giocattoli, sono sicuro che questo non fosse l’intento del loro creatore, tuttavia mi fanno male”. In altre parole, l’uso deviato di un oggetto neutro porta implicazioni morali condannabili per il suo designer? Difficile rispondere, anche perché la situazione è molto più complicata di come potrebbe apparire.

Facciamo un passo indietro e parliamo di satelliti. In questo momento, un satellite nello spazio è come un’automobile che deve funzionare per quindici anni senza nessuno che cambi l’olio, sostituisca l’alternatore e faccia il pieno di benzina. Come dire: non appena i satelliti entrano in orbita, devono cavarsela da soli. Per ovviare al problema di mancanza di manutenzione occorre costruire altri satelliti “dottori” in grado di gestire le riparazioni e garantire il loro corretto funzionamento. Due programmi diretti dalla NASA e dalla Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) stanno cercando di creare questo tipo di veicoli spaziali, ma le complicazioni non sono solo tecniche perché, come i giocattoli dei figli di Tadros, lo stesso satellite riparatore può essere usato anche per distruggere, delineando all’orizzonte una vera e propria Pearl Harbor in Space, per dirla con le parole di Brian Chow, importante analista politico americano che ha scritto molti articoli su questo tema.

Il programma spaziale della NASA, chiamato Restore-L, è assolutamente pacifico nelle intenzioni, così come il RSGS (Robotic Servicing of Geosynchronous Satellites) della Darpa, ed entrambi sono supportati tecnologicamente proprio dalla SSL di Tadros che, dal canto suo, prevede vantaggi molto maggiori rispetto alla semplice riparazione orbitale. I razzi spaziali, per esempio, potrebbero essere molto più leggeri durante il lancio se partissero con il serbatoio mezzo vuoto che poi sarebbe riempito direttamente nel cosmo. È chiaro che, come già anticipato prima, lo stesso tipo di tecnologia che consente l’avvicinamento e la manipolazione di un satellite potrebbe anche consentirne la distruzione.

Un altro aspetto da considerare è quello della trasparenza. È molto difficile mantenere segreti nello spazio perché, dalla Terra, è relativamente semplice osservare tutto ciò che succede, e non solo per il governo ma anche per i cittadini. Per questi motivi, la Darpa ha fondato una specie di gruppo di ascolto per scienziati, dove possano confrontarsi sulle implicazioni tecniche e morali del possibile utilizzo deviato dei satelliti “dottori” e assicurarsi che tutte le agenzie, pubbliche e private che lavorano nello spazio siano assolutamente trasparenti e che abbiano le giuste  intenzioni. Il problema diventa comunque pressante pensando ad altre superpotenze come la Cina e la Russia, i cui ingegneri stanno sviluppando tecnologie molto simili: gli incidenti internazionali potrebbero diventare all’ordine del giorno se i satelliti riparatori cinesi e russi iniziassero a scontrarsi “per sbaglio” con quelli americani.

Fortunatamente ci sono soluzioni possibili come stabilire degli spazi di autodifesa attorno ai satelliti, zone franche in cui gli Stati Uniti possano rispondere a eventuali minacce o attacchi e, addirittura, si potrebbe pensare di costruire altri satelliti bodyguard che si occupino di controllare la situazione e intervenire in casi gravi. La nuova corsa allo spazio è appena iniziata, ma i problemi che porta con sé sono terribilmente terrestri.