di Michela Ceravolo

 

Immaginate di essere in procinto di attraversare la strada. Siete un po’ distratti, magari per colpa del vostro smartphone, e vi dimenticate di guardare attentamente se ci siano automobili in transito. Sempre presi dal vostro cellulare fate il primo passo, poi il secondo e senza accorgervene siete in mezzo alla strada. Con un’auto che si sta avvicinando a tutta velocità.

Le conseguenze della vostra disattenzione potrebbero essere fatali; ma si dà il caso che stiate indossando un cappello. Non uno come tanti, ma uno che riesce a intercettare i fasci di luce nell’ambiente circostante e a convertirli in impulsi elettrici, a loro volta convertiti in suono. Quel cappello vi sta salvando la vita: non solo perché il suono prodotto vi allerta dell’auto in arrivo, ma anche perché gli impulsi elettrici hanno segnalato la vostra presenza all’auto.

Questo è uno dei tanti esempi che racconta Yoel Fink, docente di Scienze Naturali e Ingegneria elettrica del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, e CEO di Advanced Functional Fabrics of America (Affoa), quando spiega la sua visione dell’abbigliamento come nuovo sistema di comunicazione. Fink crede in un futuro in cui i tessuti saranno interattivi e intelligenti, integrati con computer, cellulari e sistemi di navigazione. Il vestito non sarà più qualcosa da indossare per moda, ma un dispositivo a cui integrare nuove tecnologie in fibra che saranno in grado di comunicare, accumulare energia, cambiare colore, monitorare il nostro stato fisiologico e chissà cos’altro.

Come le capacità dei microchip sono cresciute esponenzialmente negli ultimi decenni, così le capacità delle fibre stanno per decollare. È per questo che Fink, tramite il suo istituto Affoa, ha riunito 130 organizzazioni in una rete nazionale di prototipazione avanzata del tessuto. Una sfida che coinvolge industrie e università per la costruzione di fibre avanzate che, grazie a semiconduttori, diventino una sorta di software indossabile in grado di rivoluzionare le nostre vite.

Il mondo del wearable aveva iniziato questo cammino con dispositivi indossabili dedicati agli sportivi: abiti dotati di sensori, come il calzino intelligente o la maglietta tecnica, capaci di monitorare il lavoro svolto dai muscoli del nostro corpo e valutare le nostre prestazioni. Quello che propone Fink è una visione che va oltre: la tecnologia al servizio dell’uomo, con risvolti utili anche nel campo medico e sociale.

Qualcosa di simile era già avvenuto nel 2015 al Design Research Lab (DRLab), la Facoltà dell'Università delle Arti di Berlino, dove 20 giovani ricercatori avevano sperimentato le più svariate applicazioni tecnologiche su tessuti e capi di abbigliamento: dal guanto munito di sensori sul lato del palmo della mano con le lettere dell'alfabeto per far comunicare non vedenti e udenti con l'esterno, al cappello con un navigatore incorporato per chi ha problemi di orientamento, dal manicotto che, attraverso un braccialetto con chip di metallo, aiuta a curare la tendinite, alla sciarpa di lana che è in realtà una cassa per la musica.

Una volta i vestiti comunicavano qualcosa di noi perché seguivano una certa moda e un certo messaggio sociale. Oggi comunicano con noi e per noi. E, in certi casi, ci salvano la vita.