di Jacopo Cirillo

 

Kevin Ashton è un ricercatore del Massachussetts Institute of Technology (MIT), famoso per aver coniato, durante una presentazione aziendale a Procter & Gamble, il neologismo Internet of things, l’internet delle cose, ormai usato nel linguaggio di tutti i giorni. Il termine è abbastanza autoesplicativo e designa l’estensione di internet al mondo reale degli oggetti, in modo da creare dispositivi di uso comune identificabili, localizzabili e connessi l’uno con l’altro. Tubetti di medicine che avvisano i malati quando si sono dimenticati di prendere il farmaco, per esempio, o sveglie che suonano prima se rilevano traffico nel tragitto casa lavoro, scarpe da ginnastica che trasmettono allo smartwatch velocità e tempi dell’allenamento, elettrodomestici che dialogano tra loro e con l’esterno (il frigorifero ordina direttamente al supermercato quello che manca, per esempio) e così via.

La prefigurazione di un mondo fondato su una rete di smart objects esalta qualcuno e preoccupa qualcun altro, soprattutto riguardo ad aspetti come la sicurezza e la privacy. Comunque vada, prima di soffermarsi sui dilemmi filosofici e morali, bisognerebbe trovare un modo per rendere effettivamente connesso, o connettibile, qualsiasi oggetto del quotidiano. Per connettere due dispositivi serve, com’è intuibile, un’antenna. Le antenne sono di fatto già dappertutto: nei telefoni, nelle automobili, nelle targhette antifurto dei vestiti nei negozi, nei forni a microonde. Ora si tratta di inventare un sistema per renderle più piccole, più leggere e, soprattutto, più facili da applicare. A questo proposito, i ricercatori della Drexel University hanno sviluppato un metodo per creare antenne praticamente invisibili su qualsiasi superficie spruzzandole come una vernice. Vere e proprie antenne spray.

Il sistema si fonda sulla scoperta, datata 2011, del MXene, un materiale di carburo di titanio molto resistente e con ottime capacità di conduzione, usato solitamente per apparecchiature di stoccaggio di energia. L’XMene può essere disciolto in acqua per creare una specie di vernice che spruzza antenne dovunque. I test di laboratorio del gruppo di ricerca hanno dimostrato che anche uno strato di 62 nanometri – migliaia di volte più sottile di un foglio di carta – è in grado di comunicare con altri dispositivi, e la sottigliezza è fondamentale per creare antenne senza aggiungere peso all’oggetto prescelto, così come la loro flessibilità che le permette di installarsi anche su superfici non piatte, come le tende.

Yury Gogotsi, il professore di scienze dei materiali che ha guidato la ricerca, spiega che “tutto questo permetterà una reale comunicazione wireless con e tra qualsiasi oggetto; stiamo andando incontro a un mondo dove qualunque cosa sarà connessa a tutte le altre”. Immaginiamo, infatti, di applicare un’antenna a ciascun oggetto che possediamo e renderlo istantaneamente un dispositivo di comunicazione: sul collare di un cane, per esempio, per tracciarne i movimenti, o su un calzino, per contare i passi durante la giornata, o su una palla da tennis, per monitorare la velocità del servizio e della ribattuta.

Josep Jornet, professore di ingegneria elettronica all’Università di Buffalo, prova, però, ad abbassare un poco gli entusiasmi, precisando che, di fatto, “un’antenna, di per sé, non è altro che un pezzo di metallo”. Per renderla utilizzabile al massimo delle sue potenzialità, continua Jornet, serve una nuova tipologia di dispositivi elettronici flessibili, come per esempio un telefono accartocciabile o un tablet ripiegabile, che ancora non esistono, nonostante i numerosi studi a riguardo. Inoltre la tecnologia spray non è ancora stata testata sugli umani, dunque non si hanno sicurezze sulla sua biocompatibilità e sulle conseguenze future di un’applicazione sulla pelle.

La strada è ancora lunga: il gruppo del professor Gogotsi continua a percorrerla con sicurezza per condurci verso un mondo iperconnesso, con antenne – letteralmente - dappertutto.