di Chiara Calpini

 

La storia dei diamanti è costellata di lusso e di magia. Nel 1714 Elisabetta Farnese in occasione del suo matrimonio con il re Filippo V di Spagna ricevette il leggendario "Blu Farnese", un grande diamante dal colore blu intenso che proveniva da Golconda in India, l’unica miniera all’epoca dove la preziosa pietra veniva estratta e da cui proviene anche Hope, il diamante più famoso (e maledetto) al mondo. Lo scorso marzo la storica gemma dei Farnese è stata venduta a un'asta di Sotheby's per la cifra di 6,7 milioni di dollari (5,6 milioni di euro), confermando il fascino immutabile nei secoli dei diamanti. Più recentemente, tuttavia,  la fama di queste pietre si è macchiata di sangue. Vengono chiamati infatti “blood diamonds” quei diamanti che sono estratti in paesi - soprattutto l’Africa - colpiti dalla guerra civile e i cui ricavati finanziano azioni illecite di insurrezione e sfruttamento. Nonostante la lotta contro i blood diamonds sia stata sostenuta anche da Hollywood, e da Leonardo Di Caprio in particolare, i diamanti insanguinati raggiungono ancora le normali reti di distribuzione. Una recente scoperta, però, sta cambiando radicalmente l’intero settore: la produzione di gemme sintetiche - etiche e meno care - in tutto e per tutto uguali a quelle originali.

Gli scienziati sono infatti riusciti a ricreare in laboratorio dei diamanti sintetici indistinguibili da quelli estratti in natura. Per arrivare a questo punto la ricerca alchemica è partita da molto lontano. I primi tentativi risalgono addirittura alla fine dell’800, un secolo dopo aver scoperto - nel 1797 - che il diamante era composto da carbonio puro. Dobbiamo arrivare agli anni ‘70 del nostro secolo per la messa in commercio delle prime pietre di laboratorio da parte del colosso statunitense General Electric, che però erano ancora imperfette o molto piccole. Solo in tempi recenti le macchine di ultima generazione hanno reso possibile ricreare le condizioni naturali necessarie per la formazione delle gemme preziose. Tutto ha inizio con un “seme di diamante”, come viene chiamato, ovvero un piccolo frammento di diamante naturale posizionato all’interno di un camera a microonde riempita di gas ricco di carbonio e riscaldata a temperature elevate. Nel momento in cui appare una sfera di plasma, il quarto stato della materia, il gas viene scomposto e gli atomi di carbonio si cristallizzano progressivamente sul diamante. L’intero processo, taglio e lucidatura compresi, può arrivare a dieci settimane di lavorazione. Il nuovo metodo è più economico e più facile da controllare rispetto a  quelli precedenti e quindi più adatto alla commercializzazione nella gioielleria. I diamanti così ottenuti, da non confondere con gli zirconi, hanno le stesse caratteristiche chimiche, la struttura molecolare e l’aspetto delle pietre naturali, tanto che per distinguerli sono necessari dei sofisticati e costosi macchinari. Solo il gigante de Beers - che ha coniato negli anni ‘40 il famoso slogan “un diamante è per sempre” - ha potuto permettersi di mettere a punto l’apparecchiatura Melee Screening che può analizzare con uno spettrometro anche 360 pietre all'ora.

Dunque i diamanti del forno a microonde potrebbero diventare presto “i migliori mici delle ragazze”. Per ora il mercato è ancora di nicchia ma è destinato a crescere velocemente. Si stima che entro il 2030 le vendite in negozio di diamanti sintetici cresceranno dal 2 al 10%  con un risparmio medio per l’acquirente dal 20 al 40%. La fornitura di pietre create in laboratorio - che questo anno è di 2 milioni - raggiungerà i 20 milioni nel 2026. Dietro questa irresistibile ascesa c’è anche un mutamento sociale: le vendite dei brillanti sono calate e le priorità del target di riferimento sono cambiate. I millennials preferiscono spendere in tecnologia e viaggi e, nel caso di acquisto di un anello, il prezzo fa la differenza. Ecco allora che anche De Beers, proprietario a livello mondiale del 30% delle pietre provenienti da miniere e che fino a due anni fa lanciava campagne per difendere i diamanti veri da quelli sintetici, si è lanciato con Element Six Innovation Centre nel business delle pietre create in laboratorio, realizzando una linea giovane e dai prezzi contenuti.  La logica è "se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico”. E così l’azienda può proteggere meglio anche il core business nelle miniere. Certo rimane la questione etica a cui i giovani e meno giovani clienti sono sempre più sensibili.

L’emozione che crea una pietra preziosa proveniente dalla terra è impareggiabile, ma grazie alle nuove tecnologie un anello di fidanzamento libero dal crimine della guerra e dello sfruttamento può essere il regalo più bello.