I robot stanno gradualmente entrando nelle nostre case, nelle nostre città e nelle nostre vite: abbiamo robot che lavorano nella reception, baristi robot, guide robotiche nei musei e compagni robotici per i giovani e per gli anziani. È arrivato dunque il momento di chiederci se possiamo davvero fare affidamento su di loro, perché la rivoluzione robotica si sta consumando molto più in fretta di quanto pensiamo — Quali sono, quindi, gli aspetti che influenzano la nostra fiducia nei loro confronti? E quanto c’è davvero da fidarsi di loro?

 

Alcuni dei rischi dell’introduzione dei robot nelle nostre attività quotidiane sono legati alla privacy: un robot che assiste una persona anziana potrebbe registrare con la propria videocamere il comportamento giornaliero dell’essere umano o tenere traccia delle persone che gli fanno visita. Bisogna quindi capire chi può avere accesso a quelle registrazioni e qual è il livello di sicurezza del sistema contro eventuali attacchi hacker. I robot potrebbero anche registrare le conversazioni con il rischio, come già successo, di esporle pubblicamente.

 

Dal momento che gli sviluppi nella progettazione e produzione dei robot companion stanno avvicinando sempre di più il momento in cui questi robot saranno nelle case di tutti, dobbiamo capire quali sono le caratteristiche che ci permettono di instaurare un rapporto di fiducia ed una maggiore consapelovezza nei confronti di questi esseri artificiali.

Per capire come instaurare un rapporto sano tra gli umani e i robot è bene partire proprio dai primi, ovvero noi.

Per capire come instaurare un rapporto sano tra gli umani e i robot è bene partire proprio dai primi, ovvero noi: alcune recenti ricerche nel campo della psicologia hanno esaminato i fattori in gioco quando si tratta di fidarci delle altre persone. Dalla ricerca emerge che ci sono maggiori probabilità di fidarsi di coloro che mostrano empatia e che prestano attenzione a non arrecare danni agli altri; ci fidiamo meno, invece, delle persone che sembrano incuranti, fredde e calcolatrici nei loro ragionamenti. Abbastanza comprensibile, no?

 

A causa della loro stessa natura artificiale, l’atteggiamento dei robot è strettamente legato  al modo in cui è stato programmato il software attraverso cui si manifestano i loro comportamenti. Per questo motivo, i robot dovrebbero automaticamente rientrare nella seconda categoria di ‘fiducia’, quella più fredda, — Sono però molte le persone entusiaste dell'idea dei robot e che sarebbero disposte ad accoglierne uno in casa per compagnia o ad interagire con assistenti robotici coinvolti nell’interazione con altri esseri umani.

L’aspetto e il comportamento dei robot sono alcuni dei fattori più importanti quando si tratta di decidere se fidarci o meno di una macchina.

L’aspetto e il comportamento dei robot sono alcuni dei fattori più importanti quando si tratta di decidere se fidarci o meno di una macchina: un robot che ci risponde con le giuste espressioni e gesti emotivi, e con appropriate frasi di conversazione, crea l'illusione di comprensione, simpatia e perfino empatia. In queste circostanze le sue azioni possono essere catalizzate attraverso l’impiego di sensori e algoritmi in grado di riconoscere i volti delle persone e identificare le loro espressioni facciali e le loro emozioni.

 

Più i robot somigliano agli esseri umani, più noi li adoriamo — ma fino ad un certo punto. Infatti, quando un robot si avvicina ad assomigliare ad un vero e proprio essere umano siamo subito pronti a individuare i dettagli che lo differenziano da noi e cominciamo a trovarlo sconcertante ed inquietante. A questo punto, la nostra affinità con il robot scende drasticamente e finisce in un intervallo di design conosciuto come "uncanny valley", dove si trovano tutti quegli apparati robotici umanoidi così estremamente e forzatamente reali da risultare stranianti per noi umani.

 

Per attraversare questa “valle sconvolgente” e arrivare a una macchina in tutto e per tutto esteticamente empatizzante con gli esseri umani ci sarebbe bisogno di un robot che non sia indistinguibile da noi. Si tratta di una sfida estremamente impegnativa, e sono moltissime le realtà in tutto il mondo coinvolte in questo campo di studi.

 

Solitamente è preferibile creare un robot che abbia alcune caratteristiche umanoidi (ad esempio testa, occhi, bocca ed arti) ma che sia anche chiaramente diverso da un essere umano. È importante progettare robot che non ci intimidiscano, insomma — è per questo che robot dal corpo piccolo ed amichevole e con la capacità di trasmettere emozioni sembrano funzionare bene.

 

Non è un caso, infatti, che il robot Asimo di Honda abbia le dimensioni da bambino. Un piccolo robot che sembra aver bisogno di cure può ispirare emozioni e fiducia — sia che si tratti di un piccolo robot umanoide o di un animale, come il robot con le sembianze di foca Paro: è difficile resistere a qualcosa che abbia un aspetto dolce, vulnerabile, e bisognoso delle nostre attenzioni e cure. Come ha sottolineato Sherry Turkle, questo design “tocca i nostri pulsanti darwiniani”.

 

È importante progettare robot che non ci intimidiscano, insomma — è per questo che robot dal corpo piccolo ed amichevole e con la capacità di trasmettere emozioni sembrano funzionare bene.

 

Gli esseri umani mostrano una forte predisposizione verso oggetti antropomorfi e zoomorfi, e proiettano qualità umane o animali su un robot che si comporta, anche minimamente, come un essere umano o un animale. Facciamo lo stesso con i nostri dispositivi: trattiamo le nostre automobili come se avessero una propria identità, o parliamo e ce la prendiamo persino con i nostri computer. Può sembrare ingannevole creare robot che sembrano capirci e prendersi cura di noi, ma la gente è disposta a partecipare a questa fantasia e a godere dell'immaginazione che i robot possano avere abilità simili a quelle umane o animali. Naturalmente questa somiglianza è rafforzata ed incoraggiata dalla rappresentazione dei robot nei film di fantascienza, dove non esistono limiti all’espressione di tali design.

 

Ci sono chiaramente alcuni vantaggi nel creare robot di cui potersi fidare. Ad esempio, i robot companion potrebbero aiutare le persone anziane a vivere autonomamente nelle proprie case più a lungo, questi robot potrebbero essere utilizzati per monitorare la salute delle persone, per aiutarle a rimanere in contatto con le loro famiglie, ricordargli di assumere i medicinali e notificare l’avvicinarsi di eventi nel calendario. Le persone anziane hanno più probabilità di accettare in casa la presenza di un robot dai modi amichevoli e dell’apparenza cordiale.

 

Per quanto riguarda l’interazione in ambienti al di fuori di quello domestico, invece, robot che svolgono funzioni di reception, guide turistiche robotiche, o persino robot poliziotti che si comportano in modo prevedibile e che sono in grado di rispondere in modo appropriato a chiunque interagisca con loro, possono essere più facilmente tollerati ed accolti.

 

Benché il lavoro nel campo stia progredendo è però importante ricordarsi che il modo migliore per fidarsi di una tecnologia è conoscerla. Un robot che crea con successo l’impressione di comprendere il mondo sociale umano meglio di quanto non sia effettivamente in grado di fare potrebbe essere ritenuto sufficientemente affidabile da essere posto in situazioni e ruoli per cui non è completamente adatto e per cui non ha la competenza necessaria — dall’altro lato la disinformazione sui temi tecnici potrebbe tenere lontano le grandi masse da innovazioni realmente concrete e utili, annebbiate e inquinate dalle facili estremizzazioni a cui il tema della robotica e dell’intelligenza artificiale si prestano.

 

L’unica strada sensata per avvicinarsi ad un tema delicato come la fiducia nelle nuove tecnologie passa necessariamente dalla conoscenza di esse.

 

Audi con Trust Race sta affrontando il complesso rapporto con le nuove tecnologie che devono incontrare la piena fiducia umana per poter dare il massimo.