di Riccardo Meggiato

 

Nota per la musica mariachi e monumenti come il Templo Expiatorio del Santísimo Sacramento, Guadalajara - capoluogo dello Stato messicano di Jalisco - è una città da un milione e mezzo di abitanti che, con la sua industria, da sola contribuisce al 37% del prodotto interno lordo dello Stato. Ciò che forse non tutti sanno è che nel 2007 Guadalajara è stata inserita da fDi Magazine al secondo posto, dopo Chicago, nella classifica delle città col maggior potenziale economico grazie al suo sviluppo tecnologico, che le ha fatto meritare l’appellativo di “Silicon Valley del Messico”. Oggi, se possibile, le cose vanno addirittura meglio

Il rapporto tra la città messicana e l’hi-tech risale agli anni ’60, quando colossi quali IBM, Siemens, Hewlett-Packard, Kodak e Motorola iniziarono ad aprirvi alcuni dei loro centri di produzione. La situazione perdurò fino agli anni ’80 e portò alla nascita di molte altre aziende produttrici di componenti elettronici. Al contempo, dopo anni di gestione da parte di manager nord americani, la direzione di molte di queste realtà iniziò a essere affidata a colletti bianchi messicani. Negli anni ’90, Guadalajara era vista come il perfetto esempio di come anche il Sud America potesse ospitare e far prosperare una solida realtà industriale. Si creò un circolo virtuoso di ricerca, sviluppo, produzione e collaborazione con istituti universitari, tali che la “Silicon Valley del Messico” non aveva molto da invidiare al suo corrispettivo americano. Tuttavia, l’ingresso della Cina nella World Trade Organization, e la conseguente dislocazione dei centri produttivi in Asia, ruppe la magia. Ci vollero decenni per portare in cielo Guadalajara, bastarono i primi anni 2000 per farla precipitare nella sabbia. Presa coscienza della sconfitta, la città messicana non si perse d’animo e arrivò, con umiltà, a una conclusione: se i centri di produzione su larga scala si erano trasferiti in Asia, occorreva ripartire da ciò che era rimasto, ossia i centri di ricerca. Guadalajara si sarebbe occupata della progettazione e, a quel punto, la manifattura asiatica sarebbe stata la soluzione ideale.

 

Questa semplice considerazione ridiede vita alla capitale di Jalisco, che già verso il 2005 era in netta ripresa e tornava a guardare alla Silicon Valley che, nel frattempo, con la grande crisi del 2000, non se l’era passata molto meglio. Nel 2009, , Guadalajara divenne il centro operativo della startup Ooyala, sviluppatrice di una tecnologia dedicata all’advertising. Nata da Bismarck Lepe, imprenditore hi-tech con un passato in Google e le cui origini erano proprio nei dintorni della città messicana, Ooyala conobbe un successo e un’espansione senza precedenti, tanto che nel 2014 fu venduta per 140 milioni di dollari all’australiana Telstra. L’anno successivo, Lepe, sempre a Guadalajara, ripeté l’operazione fondando Wizeline, un’altra startup che sviluppa sistemi di integrazione di database e ha ad oggi 300 dipendenti, con prospettive di crescita notevoli.

Alla luce delle repentine scalate imprenditoriali, Lepe venne visto come il perfetto profeta dei vantaggi della città messicana da coloro che puntavano sugli investimenti nel ramo tecnologico, consapevoli di godere dei benefici di un’economia fresca, ma dal grande potenziale e con costi decisamente inferiori rispetto alla Silicon Valley americana. Adal Lopez, che lavorò con Lepe in Ooyala, oggi dirige a Guadalajara la sua Kuesky, startup nel ramo finanziario, che si occupa di piccoli prestiti online, ma l’elenco di chi sceglie questa città è in continua espansione.

Il “modello Guadalajara”, oggi, viene visto come un esempio di perfetta gestione delle risorse di un territorio non particolarmente florido, che mira a sfruttare le eccellenze locali e cerca di essere il più indipendente possibile dalle dinamiche esogene. O meglio, cerca di riconoscerne l’importanza e di allinearsi al trend che vede lo sviluppo nel campo dell’hi-tech come volano di crescita per un territorio che vuole continuare a puntare in alto.