di Jacopo Cirillo

 

Esiste una credenza molto diffusa sul funzionamento del cervello umano, un mito difficile da sfatare, ma incredibilmente errato e fuorviante: l’idea, cioè, che noi utilizziamo solo il 10% della nostra capacità cerebrale. Moltissimi film, serie tv e libri si fondano proprio su questa convinzione – tra gli ultimi Lucy, pellicola del 2014 di Luc Besson – ma le cose, in realtà, non stanno proprio così. Berry Beyerstein, neuroscienziato di fama mondiale, ha demolito la teoria del 10% con un ragionamento molto semplice: se davvero non usassimo il 90% della materia grigia a disposizione, eventuali danni in quelle aree non dovrebbero avere nessun effetto sulla salute dell’individuo, quando invece ne hanno, eccome. In più, se diamo per buona la teoria evoluzionista, la selezione naturale avrebbe già eliminato quella grossa e dispendiosa fetta del cervello che, apparentemente, non serve a nulla. In realtà noi utilizziamo la totalità del nostro cervello, semplicemente non attiviamo tutti i nostri neuroni contemporaneamente. 

Alla luce di questa premessa, dobbiamo ammettere che la nostra scatola cranica è ancora avvolta nel mistero e alcuni funzionamenti cerebrali rimangono difficili da spiegare. Un recente studio del MIT, pubblicato su Nature Communications, prova a fare luce su un aspetto molto interessante: come il cervello gestisce compiti cognitivi che implicano complesse trasformazioni mentali. Immaginiamo di provare a scrivere il nostro nome al contrario, di modo che si possa leggere allo specchio. Il cervello ha tutte le informazioni visive che servono per portare a termine questo compito e, ovviamente, tutti noi siamo capacissimi di scrivere il nostro nome. Il compito, tuttavia, è molto più difficile di quello che sembra, perché richiede al cervello di operare un processo mentale che non è abituato a fare, e cioè usare ciò che vede allo specchio come guida per la mano scrivente. 

I ricercatori del MIT hanno scoperto e dimostrato le modalità attraverso cui il cervello prova a compensare le sue mancanze nel caso di complicate trasformazioni cognitive; quando è in difficoltà, dunque, esso interroga il passato, le credenze e i pregiudizi per colmare e compensare le variabili e l’incertezza. Ma facciamo un passo indietro. Già da molti anni, i neuroscienziati ci dicono che il cervello umano non riproduce esattamente quello che vedono i nostri occhi e sentono le nostre orecchie, perché deve fare i conti con un rumore di fondo, rappresentato fisiologicamente da fluttuazioni casuali di attività elettrica nel cervello, provocate dall’incertezza e dall’ambiguità di ciò che vediamo e sentiamo. Per superare il rumore di fondo, il cervello usa molte strategie di compensazione, come appunto affidarsi all’esperienza. Immaginiamo di essere in una stanza buia e sconosciuta: per accendere la luce, muoveremo la nostra mano a una certa altezza vicino alla porta d’ingresso, e cioè dove le nostre esperienze passate ci suggeriscono la probabile presenza di un interruttore. 

Il rumore di fondo nel cervello è sempre presente, anche nei compiti più facili come afferrare un oggetto che si trova esattamente di fronte a noi. In dinamiche complesse, tuttavia, come per esempio la scrittura speculare, la conversione in azione è molto più complicata, ed è proprio questa che interessa i ricercatori dello studio pubblicatoDurante l’esperimento i soggetti dovevano assolvere tre diversi compiti e, per ciascuno, i ricercatori hanno comparato i risultati della versione semplice con quelli della versione complessa. Per esempio, hanno chiesto ai partecipanti di disegnare una linea della stessa lunghezza di quella che gli veniva mostrata, che era sempre tra i 5 e i 10 centimetri. Nella versione più difficile, invece, chiedevano di disegnare una linea che fosse 1,5 volte più lunga dell’originale. I risultati hanno mostrato che, nelle versioni con una trasformazione mentale impegnativa, i soggetti tendono ad alterare le loro performance usando le stesse strategie che usano per superare il rumore di fondo nella percezione sensoriale. Per capirci meglio: nell’esperimento con il disegno della linea, tendevano a disegnare linee molto simili alla lunghezza media di quelle disegnate precedentemente, e questo ha reso le loro linee molto più accurate. 

Tutto questo per dire che quando le persone diventano molto brave in un compito che richiede computazioni mentali complesse, il rumore di fondo si attenua sempre di più e i soggetti si affidano maggiormente alle loro capacità, piuttosto che alla media delle esperienze precedenti. Magari lo sapevamo già, magari per noi è una cosa naturale; di certo, adesso, possiamo dire di esserne sicuri, anche usando solo il 10% del nostro cervello.