di Egidio Liberti

La popolazione mondiale continua ad aumentare, e lo fa a ritmo serrato: l'ultima proiezione ONU prevede che saremo 9,7 miliardi di persone entro il 2050. Per sfamare tutti e garantire la corretta alimentazione, serve quindi fare già oggi una riflessione. Si rende infatti sempre più necessaria una piattaforma di innovazione alimentare da rendere disponibile alla comunità globale per le prossime generazioni. Ricercatori, studenti universitari, millenials, sono al lavoro sulla sostenibilità della filiera produttiva, su nuovi alimenti per non intaccare la catena alimentare negli allevamenti. E lo sviluppo di proteine da fonti sostenibili e sane è stato identificato quale elemento fondamentale per gestire al meglio il futuro dell'alimentazione.

L'acquacoltura, in particolare l'allevamento ittico, è l'industria con il maggiore potenziale nel fornire proteine sostenibili da una fonte accessibile. Tuttavia rimane da risolvere un problema importante: l'attuale alimentazione dei pesci d'allevamento è principalmente composta da acciughe, sardine, aringhe. Così, per rendere davvero sostenibile al 100% la coltivazione, va trovato un rimpiazzo. L’azienda americana Kulisha, impegnata contro le pratiche di pesca distruttiva e a favore delle fonti rigenerative di proteine, scommette sulle larve d’insetto. Nello specifico, le mosche black soldier, le cui larve consumano rifiuti organici e che, una volta raccolte, possono essere trattate, confezionate e vendute, come alternativa di alta qualità alla farina di pesce. È un modo alternativo e sostenibile, appunto, di pensare ai rifiuti per produrre cibo. In questo processo, la tecnologia gioca un ruolo primario: una comunità di microbi preprocessa i rifiuti convertendo materiali fibrosi come lignina e cellulosa in composti facilmente digeribili. Intanto una componente hardware traccia in tempo reale i parametri chiave della crescita larvale al fine di generare un algoritmo che automatizzi alimentazione e raccolta. E dato che i microbi permettono di utilizzare praticamente qualsiasi flusso di rifiuti organici, il modello potrebbe essere implementato per scalare i 30.000 impianti di trasformazione di alimenti e bevande negli Stati Uniti e, successivamente, nel resto del mondo.