di Stefano Boeri

Io penso che ci siano tre forme per ragionare sulla relazione fra discipline.

Una prima forma è prendere in considerazione il modo in cui discipline diverse usano delle prospettive e degli sguardi diversi ma parlano uno stesso linguaggio e guardano uno stesso oggetto. Questa è una modalità di interdisciplinarità che per esempio io ho vissuto quando dirigevo la rivista Domus, in cui il campo di fenomeni che si osservava era fondamentalmente quello dell’architettura, dell’urbanistica e dell’organizzazione del territorio, e il linguaggio era necessariamente quello della testualità, della scrittura della rappresentazione grafica, un linguaggio che aveva una cornice abbastanza chiara. Abbiamo provato così a sperimentare forme di inclusione di prospettive individuali differenti. Con alcuni interessanti esiti e con anche molti problemi perché poi spesso l’esito di questo confronto di sguardi dava luogo a una situazione superficiale, una maniera di edulcorare e rendere più brillante il sapere.

In seguito ho provato, nella mia professione da architetto, a vivere in modo concreto l’interdisciplinarità: devo dire che in questo caso il rapporto tra sguardo, linguaggio e oggetto si è rivelato ulteriormente diverso, nel senso che l’architettura diventa una sorta di grande regia di contributi disciplinarmente diversi che per esempio accompagnano la fase di progettazione. Ma alla fine a essere assolutamente invariato è il mero atto di costruire uno spazio, agendo perciò in un campo che è poi quello fisico della trasformazione.

Il terzo modo in cui ho sperimentato un rapporto tra discipline è quello della politica, dell'amministrazione ma anche della creazione di proposte, dove ho vissuto una grande libertà e un notevole e necessario sconfinamento dei saperi, sia dal punto di vista del linguaggio sia dal punto di vista degli oggetti di riferimento. È stata altrettanto cruciale una fondamentale, necessaria regia nel modo in cui si pensa di mettere a confronto le diverse discipline del fare politico e amministrativo.

Penso che tutte e tre queste forme, come altre, presentino aspetti positivi e aspetti negativi, e che sia difficile fare una gerarchia o esprimere preferenze. Penso che in ogni caso sia essenziale il rapporto tra inclusione ed esclusione, cioè tra la capacità di includere il maggior numero di possibilità nel futuro: nella politica come nella costruzione di una rivista o di un edificio. Ciò prevede l’inclusione di saperi e competenze, di enciclopedie di punti di vista diversi. Ma altrettanto cruciale è la capacità di escludere, cioè di chiudere il futuro, perché poi alla fine nella politica, nella realizzazione di una rivista, o nel fare architettura (e uso l’architettura come metafora di mille altre professioni) c’è un momento necessario di chiusura. C’è un momento necessario in cui si arriva a definire un oggetto, una forma, una configurazione: e non si fa assolutamente in solitudine, in modo implacabile; succede quando si fa politica, quando si gestisce una fondazione bancaria, quando si è a capo di una grande catena commerciale, quando si gestisce uno studio professionale. C’è un metodo fondamentale in cui la capacità di inclusione, che è per sua natura generosa, fa i conti con la necessità di esclusione, cioè di selezionare il campo delle possibilità per arrivare a un’azione mirata.

La multidisciplinarità è una città schizofrenica, per così dire: una necessaria schizofrenia perché alla fine le persone per noi più interessanti oggi sono quelle che accettano di essere schizofreniche. Che sanno benissimo ospitare dentro di sé sia la dimensione di inclusione che quella di esclusione, sia quella della generosità che quella della solitudine, sia quella dell’assorbimento che quella della selezione. In questo senso la mente multidisciplinare funziona come una città che sa essere sempre diversa da se stessa.