di Enrico Pitzianti

 

La pelle è il limite del nostro corpo, un vestito che la natura ha levigato e progettato nei millenni per rilasciare o assorbire calore, ricevere stimoli, provare dolore, percepire temperature e traspirare a seconda delle necessità. Si tratta di un tessuto fine e delicato proprio come quello di un vestito, ma è senza dubbio il migliore dei vestiti possibili.

Proprio perché la pelle è l’ultima parte di noi prima che inizi lo spazio esterno - l’ambiente che ci circonda - questa è costantemente esposta a rischi. Ferite, graffi e bruciature. E sono proprio le bruciature il danno più difficile a cui il nostro tessuto si trova a reagire. Se per un taglio bastano dei punti e la pelle ci pensa da sé a ricomporsi - come fa la coda di una lucertola quando ricresce -,per le bruciature la faccenda è molto più difficile. Il calore scompone la pelle, la danneggia in modi per cui, a livello chirurgico, il lavoro dei medici è decisamente più complesso. Le bruciature sono lunghe da curare, espongono il paziente a infezioni, causano dolore duraturo e nei casi più gravi ci si ritrova a dover sostituire il tessuto perché eccessivamente compromesso.

Per far fronte a questo tipo di danni esistono soluzioni per cui la pelle viene “sostituita” chirurgicamente, sono opzioni costose, difficili da mettere in pratica e da portare a termine, ma e soprattutto sono molto dolorose e non sempre definitive. Alcuni tessuti disponibili oggi, per esempio, possono essere applicati solo per brevi periodi di tempo prima di incorrere in complicazioni o rigetti. Così la ricerca scientifica sta cercando soluzioni alternative, modi per far fronte al problema delle ustioni, compreso quello della creazione di tessuti artificiali, riproducibili in laboratorio e con caratteristiche sempre più performanti.

In questa ricerca di recente è spuntato prepotentemente un nome, Axel Guenther, un signore sorridente e sbarbato che insegna all’Università di Toronto. Recentemente Guenther è riuscito, insieme alla sua squadra di ricercatori, a creare un dispositivo capace di applicare lembi di nuova pelle direttamente sulle ferite. Si tratta di una piccola stampante portatile (pesa poco meno di un chilogrammo), simile a una grossa macchinetta per tatuaggi, ma al posto dell’inchiostro c’è la pelle appena “stampata”, applicabile permanentemente e direttamente sulla parte lesionata. Sembra quasi uno di quei dispenser di etichette, la misura e la forma sono gli stessi, ma ciò che fuoriesce è un mix di due proteine, il collagene (la proteina più comune nei tessuti connettivi animali e quindi la più utile a ricostruirli) e la fibrina, cioè la proteina che, insieme alle piastrine, ricostruisce i tessuti sopra le ferite.

Guenther è ottimista, descrive l’apparecchio come una sorta di applicatore di nastro adesivo, ma che non applica plastica o colla, bensì direttamente la pelle che può essere prodotta sia da materiale biologico che sintetico. La sua ricerca (sua ma anche di Marc Jeschke del Ross-Tilley Burn Centre del Sunnybrook Hospital oltre che dei molti ricercatori), recentemente è stata pubblicata su Lab on a chip, una delle riviste scientifiche più importanti per questo genere di studi. Ora non resta che testare il funzionamento dell’apparecchio sugli esseri umani, ma tutto lascia presagire un risultato positivo. Il test è stato già eseguito sui tessuti di alcuni suini ed è avvenuto con successo.

 

Certo, ciò che separa lo stato delle cose attuale con una piena applicazione di questa tecnologia in campo medico non è roba da poco. Di strada da fare ce n’è parecchia. Una volta portati a termine tutti i test, è necessario iniziare quella fase in cui i ricercatori si mettono a disposizione dei medici e dei chirurghi che operano ogni giorno sui tessuti epiteliali, conoscerne tempi e modalità di lavoro per calibrare i macchinari e fare in modo che la tecnologia combaci il meglio possibile con le esigenze pratiche del lavoro nelle sale operatorie. Tutto, però, sembra procedere per il meglio: sono sfide in cui esiste un rischio, ma è solo provando e esponendosi a possibili errori che si ottengono risultati consistenti. È stato così in passato, e non può che esserlo anche oggi. Non resta che lavorare in questo senso. Mentre per chi non lavora in questo settore, non c’è da far altro che attendere fiduciosi. È la ricerca medica ad averci portati agli ottimi risultati ottenuti negli scorsi decenni, e sarà la ricerca stessa a progredire oltre in futuro, anche grazie a studi come quelli del professor Guenther.