di Simone Cosimi

Volti che non esistono. Ma che qualche anno fa non sarebbero neanche potuti esistere per come sono. Così convincenti e affascinanti. In una parola: credibili. E che danno l’idea dell’avanzamento massiccio dell’intelligenza artificiale nell’ambito della generazione di immagini inedite. In altre parole, i sistemi di AI stanno diventando eccellenti nel partorire “fake face”, volti che non esistono. Ma che sembrano del tutto verosimili. Sembrano come i nostri e quelli dei nostri amici.

In effetti, il confronto fra i volti prodotti appena quattro anni fa, nel 2014, e quelli sfornati all’inizio del mese di dicembre è incredibile. I ricercatori del colosso hi-tech Nvidia – stiamo parlando, infatti, di un loro esperimento – sono riusciti a far passare una rete antagonista generativa da immagini in bianco e nero assolutamente abbozzate e poco credibili a una serie di precisi e affidabili pseudoritratti. I risultati sono raccolti in un paper pubblicato su Arxiv proprio all’inizio di dicembre che, pur sfruttando lo stesso metodo utilizzato alcuni anni prima ma con le dovute modifiche, sfoggia risultati oltre ogni immaginazione sia in termini di qualità che, appunto, di credibilità di quelle fattezze che non esistono. D’altronde, nell’epoca dei bot-influencer con migliaia di follower su Instagram – vedi alla voce Miquela o Shudu Gram – non c’è da stupirsene. Sono già fra noi.

Lineamenti assolutamente realistici sostanzialmente impossibili da etichettare come appartenenti a persone che non esistono da nessuna parte del mondo. Se non, appunto, a patto di sapere che sono il frutto di un esperimento informatico di alto livello. Come se non bastasse, si tratta di volti facilmente personalizzabili e modificabili, resi tanto credibili grazie a effetti particolari, che ricordano un po’ quelli che si trovano, in scala ridotta, nelle applicazioni popolari come Instagram o Prisma. Un mescolamento di fattezze da immagini di partenza – reali – ai loro contraltari fake, mettendo appunto insieme più sorgenti di lineamenti. E partorendo una popolazione virtuale che nella realtà reale non c’è ma rischia di esserci in quella virtuale. Tratti come le sfumature della pelle e il colore dei capelli vengono così messi insieme, creando un soggetto nuovo di zecca con cui, chissà, potremmo parlare in chat o vedere la tv (come nel caso dell’anchorman cinese che era stato riprodotto quasi come replica di un giornalista dell’agenzia di Stato Xinhua, Zhang Zhao).

Una prova di forza importante in termini tecnologici che, tuttavia, apre una serie di questioni non di poco conto, in particolare sul lato etico. Sul modo, in particolare, in cui l’esercito dei falsi, chiamiamolo così, potrebbe influenzare la società, le sue reazioni, il suo status di fiducia. Disinformazione, propaganda, profili falsi: l’idea di disporre di volti non sottratti a qualcuno e riciclati con furto d’identità, come accade oggi sempre più spesso in particolare sulle principali piattaforme social, ma del tutto fantasmagorici potrebbe precipitare l’opinione pubblica in un clima di sfiducia ancora più profondo. In grado di toccare la politica come il sistema giudiziario o il mondo dello spettacolo. Forse non è il caso di spingersi dalle parti del deepfake ma occorre porsi il problema sull’uso di questo genere di strumenti.

Al momento, comunque, per raggiungere questi risultati occorrono molto tempo e molte risorse. Gli esperti di Nvidia, per esempio, hanno impiegato una settimana di addestramento alla propria rete neurale, utilizzando otto potenti unità grafiche per ottenere i risultati che vediamo. Senza contare che, stando ad alcuni esperti, esistono dei modi per smascherare questo tipo di volti inesistenti: i capelli, per esempio, sono difficili da riprodurre. Sono spesso troppo regolari, sembrano quasi disegnati, o troppo sfocati rispetto al contorno del volto. Altri elementi di riflessione si concentrano intorno alla geometria e alle proporzioni facciali umane, con orecchie piazzate a diversi livelli oppure occhi di colori differenti. Ma c’è da scommettere che anche questi piccoli indizi tenderanno, col tempo, a scomparire.

Il paper di Nvidia mostra infatti la rapidità con cui l’intelligenza artificiale può arrivare a influenzare la società. E, nel caso dei contenuti digitali, a creare una situazione piuttosto complessa.