di Chiara Calpini

 

Nel matrimonio, si sa, è cruciale riuscire a mediare i conflitti. Tuttavia uno dei maggiori impedimenti potrebbe essere di carattere ormonale. Il terzo incomodo tra moglie e marito è il testosterone, l’ormone tipicamente maschile. Così attesta il risultato di una recente ricerca condotta da Anastasia Makhanova, dottoranda in psicologia alla Florida State University. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Hormones and Behaviour, ha dimostrato che le litigate nelle coppie possono innescare picchi di testosterone negli uomini, ma non nelle donne. Proprio a causa di queste diverse reazioni ormonali, le discussioni coniugali rischiano di degenerare fino al punto di non ritorno, portando alla separazione.

Mentre precedentemente la produzione di testosterone era stata indagata soprattutto nell’ambito della competizione sportiva, la ricerca della giovane psicologa ha preso in considerazione per la prima volta il fenomeno all’interno della coppia eterosessuale, un campo effettivamente ancora poco analizzato dalla scienza. Nel fronteggiare un problema di coppia spesso i partner si sfidano affermando diversi e opposti punti di vista. Questi comportamenti contrastanti possono minare il valore del legame e minacciare il loro status nella relazione. La ricercatrice ha esaminato come le percezioni di opposizione del partner - durante una serie di interazioni - fossero associate alla reattività dei livelli di testosterone e se tali associazioni fossero differenti per uomini e donne.

L’esperimento ha coinvolto cinquanta coppie appena sposate che si sono cimentate in uno dei quattro problemi coniugali dati. Ogni membro della coppia ha poi riferito di quanta opposizione ha percepito dal proprio partner durante la discussione. I campioni di saliva pre e post-discussione sono stati analizzati per determinare i livelli di testosterone: si è scoperto che un uomo di solito sperimenta un picco di testosterone quando nella discussione è convinto che sua moglie sia contro di lui. Ciò è accaduto anche quando questa sensazione non era poi sostenuta dai fatti: "La risposta è basata esclusivamente sulla percezione”, aggiunge la ricercatrice, “è stato interessante notare che la reazione fisiologica di un uomo non era dettata da ciò che stava effettivamente facendo sua moglie, ma da ciò che pensava sua moglie stesse facendo". In questo modo il testosterone potrebbe letteralmente annebbiare la mente di un uomo spingendolo a essere più irruente o competitivo, fino a instaurare una spirale di aggressività nella coppia e, in definitiva, a non risolvere il problema.

Ovviamente le donne si sentivano ugualmente stressate e sfidate, ma il loro cervello tende a funzionare diversamente. Come strategia di sopravvivenza sono più indirizzate ad adottare la soluzione del “prenditi cura e sii amichevole” (tend and be friend), ovvero a rafforzare l’empatia e a ampliare la rete delle relazioni sociali (per esempio sfogandosi con un’amica dopo il litigio), così da facilitare il rilascio dell’ossitocina, l’ormone calmante fondamentale durante il parto e non solo. Questo tipo di strategia ha permesso alle donne nei secoli di trovare aiuto per allevare e difendere meglio la prole. Se il conflitto stressa ugualmente mariti e mogli, la reazione impulsiva e testosteronica degli uomini potrebbe accorciare sensibilmente la vita media dei matrimoni. I dati parlano chiaro: dal 1960 a oggi c’è stato un aumento globale dei divorzi del 251,8%. La scoperta di Anastasia Makhanova potrebbe venire in aiuto proprio ai mariti: "Se le persone capiscono di avere certe reazioni fisiche quando pensano di essere sfidate e se sanno che potrebbero interpretare erroneamente ciò che sta dicendo il partner, allora forse quella consapevolezza potrebbe aiutarle a mettersi in pausa, a riflettere e a convogliare quell'energia in un'altra attività per poi affrontare il problema a mente più lucida”.